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domenica 10 settembre 2023

Mister Cognac il pittore stravagante e l’elfo esploratore di pianeti Fransua

 


 

Mister Cognac è un pittore stravagante che vive hai confini del bosco incantato.

 

La sua casa e a forma di cono gelato formato da 2 piani e da un enorme mansarda.

 

Il suo ampio studio di pittura e nella mansarda di casa sua.

 

Un luogo tutto illuminato pieno di finestre, con una veduta immensa; Mister Cognac aveva iniziato a dipingere sin da quanto era fanciullo.

 

Dipingeva all’inizio utilizzando pastelli e matite colorate dopodiché passato gli anni aveva iniziato ad utilizzare colori molto particolari creati da lui stesso.

 

Amava dipingere comodamente seduto solo nel suo studio.

 

Iniziando da piccolo e non avendo mai voluto esporre o vendere un quadro Mister Cognac non sapeva più dove poter conservare le sue opere.

 

Una mattina parlando con il suo caro amico e vicino di casa l’esploratore dei pianeti l’elfo Fransua, Mister Cognac gli chiese che cosa avrebbe potuto fare per collocare tutti i suoi quadri in un posto sicuro e dove anche gli abitanti del bosco ne potessero ammirare la bellezza.

 

L’elfo Fransua gli consigliò di fare una grande mostra di pittura e riuscire a venderne qualcuno e poiché l’indomani sarebbe partito con la sua navetta spaziale per raccogliere alcuni frammenti di rocce del pianeta vicino STAR 1 ne poteva portarne qualcuno per conservarlo nel suo laboratorio spaziale.

 

L’elfo Fransua disse a Mister Cognac di lasciare nel suo giardino i quadri che voleva far portare su STAR 1 e di fare una mostra pubblica con i restanti quadri.

 

Mister Cognac fu contento dell’idea dell’amico.

 

Tornò nello studio iniziò a portare i quadri nel giardino di Fransua.

 

Lavorò tutta la notte per portar fuori i quadri e verso mezzanotte stanco per aver lavorato tutto il giorno si addormentò profondamente, senza rendersi conto che aveva portato nel giardino di Fransua tutti i quadri che aveva in casa, dimenticandosi di tenere da parte quelli che avrebbe voluto portare alla mostra pubblica.

 

Ora Mister Cognac in casa e in mansarda non aveva più un dipinto.

 

All’alba l’elfo Fransua si preparò per il viaggio interplanetario, poi prima di partire andò nel suo giardino e iniziò a caricare tutti i quadri sulla navetta spaziale.

 

Il sole era alto da qualche ora e Mister Cognac finalmente si svegliò.

 

Al suo risveglio non vide più nessun quadro in casa, corse in mansarda, ma anche la mansarda era priva di quadri.

 

Pensò di essere stato derubato durante la notte e corse per informare il suo amico del furto subìto; bussò alla porta di Fransua, ma nessuno rispose, poi si ricordò che quel giorno il suo amico sarebbe partito per andare nel suo laboratorio spaziale.

 

Poi corse nel giardino di Fransua e vide che anche lì non c’era nessun quadro.

 

Mister Cognac si rese conto dell’errore che aveva fatto, aveva messo tutti i suoi quadri nel giardino del suo amico.

 

Intanto l’esploratore Fransua aveva raggiunto il suo laboratorio spaziale; si rese conto che i quadri erano troppi da appendere sulle pareti del laboratorio spaziale e prese una decisione.

 

Poiché la superficie di STAR 1 era molto estesa iniziò ad appenderci sopra tutti i quadri.

 

Fransua sapeva che tale superficie di notte è visibile agli abitanti del bosco incantato, infatti appena arrivò il tramonto in cielo furono visibili tutte le opere di Mister Cognac.

 

Una infinità di opere che lasciarono tutti gli abitanti del bosco stupiti per la loro bellezza.

 

Ancora oggi, anche se da quella volta sono passati moltissimi anni, dal tramonto all’alba guardando il cielo puoi ammirare le opere di Mister Cognac, che rallegrano le notti di tutti gli abitanti.

 

Da quel giorno Mister Cognac divenne una celebrità e la sua fama arrivò perfino al continente del Nord, abitata dai Giganti e parzialmente ancora inesplorata, in cui vivono anche strane creature di cui parleremo in uno dei nostri prossimi racconti.

 

 












venerdì 8 settembre 2023

SERAPHINE LA GIOVANE TESSITRICE - la storia della tarantolina magica!

 


SERAPHINE LA GIOVANE TESSITRICE



In fondo al bosco incantato ricco di vegetazione, vicino allo splendido torrente, viveva sola in una piccola casetta, l’anziana tessitrice Dorina. Avena ormai 90 anni, tuttavia essendo una persona piena di vitalità, anche se aveva figli e nipoti preferiva vivere in modo indipendente e viveva sola nella sua casetta.

 

Una casetta fatta di solidi mattoncini rossi, una porta d’ingresso in legno di quercia color nocciola. Entrando in casa si vedeva un tavolo con un meraviglioso vaso pieno di fiori che le regalava l’Elfa Miosarì ogni volta che andava a farle visita.

 

Una poltroncina comoda e soffice le era stata regalata da Re Orso, il Capo del bosco, che era andata trovarla una mattina per raccontagli della partecipazione al concorso canoro da parte del piccolo pesciolino porta fortuna, Carlone.

 

Un meraviglioso camino che le aveva costruito il saggio del ruscello, Mister Granchio Rosso, che scaldava tutta la casetta nei mesi freddi.

 

Mentre in un'altra stanzetta c’era un vecchio telaio e tantissimi sacchi di gomitoli.

L’anziana tessitrice Dorina riceveva in regalo moltissimi gomitoli di lana.

 

Con questi gomitoli e utilizzando il suo vecchio telaio creava delle soffici e caldissime coperte per tutte le creature del villaggio.

All’interno delle coperte Dorina inseriva anche dei fiori profumati. Quando finiva la coperta la metteva dentro un cesto fuori dalla porta.

 

La sua vicina Priscilla che lavora al mercato degli elfi, prendeva la cesta con la coperta e la portava al mercato per venderla. La sera riportava la cesta con il cibo che aveva acquistato con la vendita della coperta.

 

Dorina amava prendersi cura del suo giardino. Aveva piantato molti fiori colorati e profumatissimi. Una mattina di maggio, Dorina stava innaffiando i suoi fiori, quando all’improvviso vide una scatolina dorata semi aperta dove si intravedeva qualcosa che si lamentava.

 

Dorina aprì la scatola e vide all’interno una piccola tarantolina magicha e si rese conto che era ferita.


“Povera piccola”, disse Dorina, “Non aver paura, ora ti porto in casa e ti medico; io mi chiamo Dorina e tu?”, la piccola tarantolina magica rispose con una voce tenue: “Mi chiamo Seraphine, e ti ringrazio per il tuo aiuto!”.

 

Così fece, Dorina portò a casa la piccola tarantolina magica, le preparò un piccolo lettino, e dopo averla medicata e fatta mangiare la mise nel lettino per farla riposare.

Appena sarebbe guarita avrebbe potuto tornare a casa sua nella "Terra delle tarantole guerriere".

 

Passarono alcuni giorni, Seraphine cominciava a stare meglio e chiese a Dorina come riusciva a fare queste bellissime coperte e se poteva insegnarle ad usarlo.

 

Dorina era felice della richiesta di Seraphine e iniziò a spiegarli tutti i suoi segreti per fare queste magnifiche coperte.

 

Ormai Seraphine era guarita ed era ora di ritornare a casa sua.


Seraphine sarebbe partita all’alba del giorno dopo così Dorina cucinò tutta la notte per prepararle delle focaccine, dolci da mangiare durante il viaggio e un paniere di Tarantomisù, che era un piatto tipico che nella “Terra delle Tarantole Guerriere” preparavano come segno di affetto e amicizia.

 

Dorina e Seraphine fecero colazione insieme e poi si salutarono.

Seraphine decise di non tornare a casa sua subito ma stare a controllare Dorina per qualche giorno perché la vedeva molto stanca.

 

Seraphine andò sulla finestra pensando che Dorina ti sarebbe messa a lavorare al suo telaio. Ma non fu così, infatti Dorina dopo aver chiuso la porta si era messa a letto priva di forze.

 

Erano passati 2 giorni e Dorina non aveva iniziato a lavorare al telaio per preparare una coperta da vendere al mercato e in casa non c’era più nulla da mangiare.

 

 Seraphine entrò in casa, mentre Dorina stava dormendo, prese i gomitoli di lana e iniziò a tessere una soffice coperta.

Lavorò tutta la notte e la mattina dopo la coperta era pronta; mise la coperta nella cesta e la portò fuori dalla porta, così come era solita fare Dorina.

 

La sua vicina Priscilla vide la cesta, la prese e come di consueto la portò al mercato.

Di sera riportò la cesta con il cibo che aveva acquistato con la vendita della coperta; questa volta c’era più cibo perché la coperta aveva qualcosa che la rendeva speciale e al mercato aveva ricevuto un compenso maggiore del solito; Priscilla non sapeva che questa volta era stata la tarantolina magica a farla e che oltre alla lana aveva aggiunto anche setosi fili di ragnatela che donavano alla coperta una lucentezza ed una resistenza ineguagliabile.

 

 Seraphine si rese conto che Dorina non avrebbe più potuto vivere da sola perché non aveva più abbastanza forza per lavorare con telaio, allora prese una decisione, vivere in quella casa occuparsi dell’anziana tessitrice Dorina, così da ricompensarla per tutto l’affetto che ha dimostrato nel prendersi cura di lei quando era ferita.

 

Dopo una settimana Dorina si rimise in salute, ringraziò con tutto il Cuore la piccola tarantolina magica, che considerava come un’amica speciale, ed era un po' triste perché sapeva che ormai era giunta l’ora di separarsi.

La tristezza di Dorina si trasformò in gioia quando Seraphine le disse che ricambiava il suo affetto e che voleva restare sempre con lei, inoltre Seraphine si era anche appassionata nel fare le coperte che ormai erano diventate famose in tutto il regno, tanto che al mercato c’era sempre una gran fila per comprarle, questo fece sì che l’anziana tessitrice Dorina oltre che aver trovato un’amica speciale, ebbe anche la possibilità di occuparsi anche di altre attività, della sua salute e di prendersi cura del suo giardino fiorito, dove tutte le creature del bosco sapevano che se mai avessero avuto bisogno di aiuto, potevano contare su Dorina.



giovedì 7 settembre 2023

Carlone il pesciolino tenore

 



In fondo alla vallata del Regno antico, c’era un bosco incantato ricco di vegetazione, con prati colorati e pieni di fiori rari e profumati.


Intorno al bosco c’era uno splendido torrente, con acqua limpida trasparente, tale da riuscire a vedere il fondo del ruscello, che ha una particolarità, in quanto abitato solo da pesci gatto secolari.


In questo ruscello nacque un pesce gatto albino, con tre puntini blu sul corpo, senza baffi e con un ciuffetto sulla testa.


I genitori, preoccupati, fecero chiamare subito il saggio del ruscello, Mister Granchio Rosso, che quando lo vide disse agli abitanti del bosco che la nascita, nel ruscello, di questo pesciolino era un presagio di positività ed un simbolo di buona fortuna per il bosco intero.


I genitori chiamarono, il piccolo pesciolino porta fortuna, Carlone.


Il piccolo Carlone si annoiava perché nel torrente era l’unico piccolo in mezzo a tanti pesciolini più grandi e, non sapendo cosa fare, andava avanti e indietro per il ruscello, guardando cosa accadeva sulla riva.


Una mattina vide sulla riva del ruscello alcuni fogli dimenticati sicuramente da qualcuno; si avvicinò ai fogli e pian piano li mise in una busta e se li portò a casa, felice e contento di quello che aveva trovato.


Pensò poi di andare dal saggio Mister Granchio Rosso, chiedendo se sapeva di cosa si trattasse, ed il vecchio saggio disse che erano spartiti musicali di un musicista che probabilmente stava facendo delle prove e che li aveva dimenticati in riva al ruscello.


Il pesciolino Carlone chiese al saggio come poteva leggerli, in quanto non ne capiva nulla di quanto era scritto; il saggio gli rispose di non preoccuparsi e che si trattava di uno spartito di note musicali.


Mister Granchio Rosso sapeva leggere gli spartiti musicali in quanto era appassionato di musica e per tanti anni aveva anche insegnato ad altre creature del bosco a cantare, ma mai ad un abitante del ruscello e si offrì di insegnare al piccolo Carlone a leggere quello spartito ed a cantare l’opera lirica in essa contenuta.


Ogni mattina Carlone andava dal vecchio saggio per imparare a riconoscere le note musicali ed a cantare la lirica. Il pesciolino Carlone cantava per ore e ore soprattutto l’opera lirica che amava tantissimo, “il Barbiere di Siviglia”.


Gli abitanti del bosco iniziarono ad infastidirsi della cosa, perché Carlone cantava ininterrottamente giorno e notte, senza mai fermarsi; non c’è la facevano più a sentirlo, in quanto non dormivano più e continuavano a cantare a squarciagola “il Barbiere di Siviglia”.


Non sapendo più cosa fare, gli abitanti del bosco andarono da Re Orso, il Capo del bosco, per chiedere di fare qualcosa affinché il pesciolino smettesse di cantare, almeno di notte.


Re Orso, in cuor suo, amava la musica lirica ed era contento di sentire Carlone cantante perché gli metteva allegria, tuttavia doveva anche accontentare le creature del bosco perché facevano affidamento su di lui, allora disse: “Presto prenderò una decisione e vi farò sapere!”.


Il giorno dopo, Re Orso, preparò il carretto per andare in città per fare gli approvvigionamenti per le creature del Bosco. Arrivato in città vide tantissima gente chi sei affollava davanti al teatro.


Scese dal carretto e vide un grande manifesto affisso sul portone del teatro, la quella stessa sera ci sarebbe stato un concorso canoro di musica lirica per i dilettanti.


Re Orso decise di iscrivere Carlone poiché se avessi vinto il primo premio avrebbe ottenuto un contratto di lavoro favoloso e si sarebbe   potuto esibire nei migliori teatri del reame.


Tornando al bosco diede la notizia a Carlone che mise il suo papillon più elegante si fece portare in città per partecipare all’audizione e poter cantare la sua opera preferita” il barbiere di Siviglia”.


Fu ultimo ad esibirsi ma ebbe un tale successo che gli fu assegnato subito il primo premio, fu scritturato da una società famosa ed ora canta felice nei più grandi teatri reali e finalmente il bosco ritrovò la serenità.

 








mercoledì 6 settembre 2023

UNO GNOMO CHIAMATO VENTO - Chapter 1

 


UNO GNOMO CHIAMATO VENTO


Chapter 1




Premessa: questo racconto che vi narrerò per quelli che stanno per cimentarsi nel leggerlo, si troveranno nel più fantastico, emozionante e travolgente viaggio immaginario nell’universo, pianeta incantato, costituito da un popolo di Gnomi sfarzosi, allegroni e anche un pò buffi che provengono da moltissimi anni luce, dall’evoluzione dell’anno 3000.


Questo popolo possiede una grande intelligenza e sono bravissimi costruttori per natura, sono sempre in movimento per creare nuovi orizzonti, come tutti i popoli sono guidati dal potente, coraggioso e valoroso Gnomo di nome Vento, che ha una lunghissima barba bianca.


Abitano in Baloon Way e il loro sovrano Vento ebbe l’idea di far costruire bellissime casette a forma di funghi, grandi e con coloratissime sfumature, piene di finestrelle rotonde con dietro una saliscendi comodo e spazioso con tutto il comfort che ogni Gnomo poteva avere e di certo erano fieri per questo, ma erano circondati anche da una folta vegetazione composta da piante e alberi secolari con tantissimi fiori profumati in questo rigoglioso mondo incantato.

 



In questa vastissima vegetazione abitano tanti animali ed esemplari rari come il Grifone, il Minotauro, le Arpie, Unicorni e Orchi ed infine le misteriose, spaventose creature come le spietate, crudeli e acerrime nemiche degli Gnomi le Streghe del Monte Azzorre.

 

Queste streghe sono di natura cattive, feroci, malvagie come l’inferno di fuoco, capace solo di brutte azioni, mostruose creature da porri enormi sui loro nasi lunghissimi, occhi cupi e orecchie a punta e dalla pelle decrepita di colore verde come la loro invidia ed infine hanno capelli con spine taglienti che emanano un odore nauseante, solo a vederle mettono i brividi.

 

…. il continuo del racconto seguirà al prossimo post


martedì 5 settembre 2023

Il Manoscritto Segreto dell’Elfa Miosarì - le segrete origini e proprietà del Girasole –

 

Il Manoscritto Segreto dell’Elfa Miosarì

- le segrete origini e proprietà del Girasole –




Una mattina di aprile, stavo facendo una passeggiata presso il torrente vicino alla torre del Castello Reale.


All’improvviso il tempo iniziò a scurirsi e da lì a breve cominciò a piovere e il forte vento faceva volare tutto ciò che avevo intorno a me. Volavano pietre, alberi e spaventata ho iniziato a correre per potermi riparare dall’uragano.


Mentre correvo non riuscivo a vedere nulla, non riuscivo neanche a respirare.


Fortuna vuole che da lontano riuscì a intravedere una piccola fessura attraverso la montagna.


Entrai in quella fessura e finalmente mi trovai in un posto tranquillo e riparato.


Dopo qualche minuto, la paura scomparve e iniziai a guardarmi intorno.


Sembrava una grotta, era tutta illuminata di lucine fosforescenti, un luogo caldo e accogliente. Sicuramente ci viveva qualcuno ma al momento non vedevo nessuno.


In fondo alla grotta c’era un armadio, lo aprì e all’interno si vedevano manoscritti polverosi e antichi e alcune vecchie fotografie ingiallite dal tempo.


Presi il primo manoscritto, iniziai a togliere la polvere e mentre lo tenevo tra le mani, mi avvicinai ad una poltrona di colore rosso, sembrava comoda e soffice e mi incuriosì il fatto che a differenza di tutto il resto dell’ambiente circostante, la poltrona era pulita e profumata di lavanda.


Non riuscii a resistere alla tentazione, così mi sedetti e cominciai a leggere, presa da una grande curiosità.


Il manoscritto trattava delle origini e delle proprietà legate al Girasole, ed una breve nota presente sulla sua copertina avvertiva di non divulgare il titolo di questo manoscritto, tuttavia dato che nulla faceva riferimento alla divulgazione di quanto vi era scritto, mi si offriva la possibilità di mettere anche altre persone a conoscenza del suo contenuto misterioso e segreto.


Il primo capitolo raccontava le origini del Girasole. Un fiore coltivato per la prima volta intorno all’anno 1.000 Avanti Cristo. La sua nascita è legata ad un raggio di sole caduto sulla terra in occasione di un evento fatato.


In pochi istanti questo raggio di sole fece germogliare migliaia di Girasoli che trasformarono un terreno incolto, in un magnifico e meraviglioso giardino d’orato; a quel punto i contadini, stupefatti dell’accaduto, tennero segreto quanto era successo, anche perché scoprirono che pronunciando alcune parole magiche, le radici di questi Girasoli diventavano lucente oro massiccio.


I Girasoli iniziarono ad essere coltivati in molti luoghi e si diffusero velocemente in ogni luogo, tuttavia non furono tramandate le parole magiche che rendevano possibile la trasformazione delle radici dei Girasoli in oro; di conseguenza sotto i Girasoli coltivati successivamente a quell’evento, le radici non si trasformavano più in oro.


Nel manoscritto quelle parole magiche sono presenti, tuttavia è una lingua che non riesco a comprendere, si tratta di un misto tra caratteri e strani disegni, probabilmente è una scrittura che appartiene al Sole ed ai suoi abitanti.


I Girasoli hanno molte altre proprietà, infatti sono portatori di ricchezza, di felicità e gioia.


Il loro aspetto simboleggia il Sole, quindi rappresentano l’allegria, la ricchezza e la saggezza.


Il Girasole segue il Sole dal Mattino alla Sera, perché il Sole è la sua casa di origine.


Se si vuole trasmettere un messaggio positivo puoi regalare un Girasole ad una persona amica, ad un parente caro.


E’ anche un Augurio di pronta guarigione a chi è malato perché i suoi petali Illuminano la Stanza e infondono una pronta guarigione.


Mi alzai da questa magnifica e soffice poltrona, poi vidi i primi raggi di sole, per fortuna il brutto tempo era finito ed il sole era tornato, così rimisi a posto il manoscritto nell’armadio e decisi di uscire dalla grotta per tornare a casa.


Mentre tornavo a casa, ripensai a quanto avevo scoperto in quella grotta misteriosa e pensavo a chissà quanti altri segreti e misteri sono svelati nei numerosi manoscritti che avevo visto.


La settimana dopo riuscii a tornare nuovamente in questa grotta e a leggere un altro manoscritto, ma questa è un'altra storia che vi racconterò la prossima volta.


A presto.

domenica 18 settembre 2016

  • PONDOO E LA LEGGENDA “DEMONI OLTRE LA CASCATA MALEDETTA”

    capitolo primo

Pondoo giovane elfo di soli 12 anni,la mattina andava a scuola e nel pomeriggio dava una mano nel negozio di ferramenta dei genitori.
Le sue giornate era tutte uguali,si annoiava del solito tran tran quotidiano e, non riusciva più a vivere in quel piccolo villaggio chiamato da tutti l’oasi della felicità.
Pondoo si era messo in testa che oltre la sua oasi doveva esistere qualcosa , così aveva sentire raccontare dal nonno ritenuta da tutti la leggenda dei demoni oltre la cascata maledetta.
Ormai suo nonno aveva già compiuto 200 anni era vecchio e il più delle volte non si ricordava neanche i nomi dei nipoti ma su una cosa non si era mai dimenticato quella famosa leggenda e ogni volta che iniziava a raccontarla faceva infuriare i genitori di Pondoo che non facevano altro che rimproveragli di mettere nella testa dei nipoti strane idee.
I genitori di Pondoo non facevano altro che dire al giovane che alla fine dell’oasi oltre la cascata non esisteva nulla solo deserto e siccità, animali pericolosi a loro sconosciuti ma nessuna forma di vita.






sabato 15 febbraio 2014

Buon compleanno Folletta Gio Gio

venerdì 15 febbraio 2013

Tanti auguri di Buon compleanno e felici festeggiamenti alla folletta Gio' Gio'.
Questo dolce e tutto tuo.
auguri da tutti gli amici del bosco.


sabato 9 febbraio 2013

Ciao ,
oggi mi ha chiamato  la folletta Gio- Gio, mi ha detto che  come al solito  un febbrone da cavallo e la tosse e che per guarire a bisogno di dolci.
Andrò a trovarla con del cioccolato e dellle caramelle e  sicuramente guarirà all'istante .
ma sarà davvero malata???
:-)

domenica 19 febbraio 2012

la folletta Gio- Gio

alla folletta Gio- Gio
felice compleanno se pur con qualche giorno di ritardo (meglio tardi che mai :-p)
al prossimo anno
Ninfa dei boschi

venerdì 17 settembre 2010

la folletta Gio- Gio

Ciao a tutti,
oggi sono stata a trovare la folletta Gio- Gio, la ho trovata con un enorme nasone rosso e un febbrone da cavallo ( ha quasi 90 di febbre ).
Le ho detto che se voleva guarire al più presto doveva chiedere un consulto alla guaritrice del villaggio Madam BooH, folletta abile nel preparare lozioni potenti di magia, ma la folletta Gio - Gio mi ha risposto che con una enorme tazzona di cioccolata calda e dei buoni biscottini allo zenzero si sarebbe rimessa subito in forma al più presto.
Buona guarigione Le ho risposto verrò a trovarti ancora domani.
Ciao

lunedì 15 febbraio 2010

Auguri alla folletta Gio- Gio



Cari amici oggi facciamo gli auguri alla folletta Gio-Gio che compie ben 450 anni.
Gio- Gio verrà presto a trovari per raccontare alcune favole sugli gnomi ed in particolare su tutti i dispetti che ama fare un suo carissimo amico lo gnomo chiamato "Vento"
Tanti auguroni da parte di tutti:-)

venerdì 25 dicembre 2009

Auguri di Buon Natale

Felice Natale a tutti gli amici della foresta magica dalla loro cara amica.
Ninfa dei Boschi


venerdì 22 maggio 2009

Il Rospo che diventò Imperatore

Una bella leggenda cinese.


Tanto tempo fa viveva una coppia molto povera. Un figlio era in arrivo, quando l'uomo fu costretto a lasciare la sua casa per trovare qualcosa altrove con cui sopravvivere. Prima di partire, abbracciò stretta la moglie, le diede le ultime poche monete che gli erano rimaste e le disse:
«Quando il bambino sarà nato, sia maschio o femmina, dovrai fare tutto quello che potrai per allevarlo. Tu e io siamo tanto poveri che ormai per noi non c'è più speranza. Ma nostro figlio potrà aiutarci a trovare i mezzi di sostentamento».
Tre mesi dopo la partenza del marito, la donna partorì. Il bambino non era né un maschio né una femmina, ma un rospo!
La povera madre aveva il cuore spezzato e piangeva amaramente.
«Un animale!», si lamentava. «Un animale, non un bambino! Le nostre speranze di avere qualcuno che si prendesse cura della nostra vecchiaia se ne sono andate! Come potrò ancora guardare in faccia la gente?»
La prima cosa che le venne in mente fu di scappare lontano con il rospo, ma non ebbe il coraggio di farlo. Avrebbe voluto allevarlo, ma aveva paura di quello che avrebbe detto il marito.
Mentre meditava sulla faccenda, si ricordò le parole che il marito le aveva detto prima di partire e decise di non uccidere il figlio, ma di tenerlo sempre nascosto sotto il letto. In questa maniera nessuno avrebbe saputo che aveva messo al mondo un bambino-rospo. Ma nell'arco di due mesi il bambino-rospo era talmente cresciuto che non poteva più essere tenuto nascosto sotto il letto. E un giorno parlò all'improvviso con voce umana.
«Madre», disse, «mio padre stasera sta tornando. Vado ad aspettarlo lungo la strada».
Ed effettivamente il marito tornò a casa proprio quella sera.
«Hai visto tuo figlio?», gli chiese preoccupata la moglie.
«Dove? Dov'è mio figlio?»
«Ti stava aspettando lungo la strada. Non l'hai visto?»
«No! non ho visto anima viva», rispose stupito. «Tutto quello che ho visto è stato un orribile rospo che mi ha fatto venire i brividi».
«Quel rospo era tuo figlio», disse infelice la donna.
Quando l'uomo udì che la moglie aveva dato alla luce un rospo, ne fu molto rattristato, poi chiese:
«Perché gli hai detto di venirmi incontro?»
«Non penserai che gliel'abbia detto io? È venuto senza che gli dicessi niente. Improvvisamente ha detto che stasera stavi tornando ed è uscito per venirti incontro».
“Questo è davvero straordinario”, pensò l'uomo illuminandosi. “Nessuno sapeva che stavo arrivando. Lui come faceva a saperlo?”
«Fallo rientrare in casa, presto», disse ad alta voce. «Là fuori potrebbe prendere freddo».
Non appena la madre aprì la porta per obbedire, il rospo entrò e saltellò verso il padre, che gli chiese:
«Eri tu quello che ho incontrato sulla strada?»
«Sì», rispose il rospo. «Ero venuto ad aspettarti, padre».
«Come hai fatto a sapere che stavo tornando a casa stasera?»
«Io conosco tutte le cose che stanno sotto la volta del cielo».
Il padre e la madre restarono sbalorditi da queste parole e lo furono sempre di più man mano che il rospo proseguiva.
«Il nostro paese si trova in grande pericolo», dichiarò solennemente. «Non siamo in grado di resistere agli invasori. Padre, desidero che tu mi conduca dall'imperatore, perché devo salvare il nostro paese».
«E come pensi di farlo?», chiese il padre. «Prima di tutto non hai un cavallo. In secondo luogo non hai armi e, terzo, non sei mai stato su un campo di battaglia. Quindi come pensi di combattere?»
Il rospo era molto serio.
«Portami là», insistette. «Sconfiggerò il nemico, non temere».
Il padre non riuscì a dissuadere il rospo, per cui lo accompagnò in città a chiedere un’udienza con l'imperatore. Dopo un viaggio di due giorni, arrivarono alla capitale e videro affisso l'editto imperiale.
«La capitale dell'impero è in pericolo. Il mio paese è stato invaso. Darò in sposa mia figlia all'uomo che riuscirà ad allontanare il nemico».
Il rospo strappò l'editto e con un singulto lo ingoiò. Il soldato a guardia dell'editto fu molto spaventato. Non riusciva a immaginarsi un rospo che accettasse un incarico di tanta responsabilità. Tuttavia, dal momento che il rospo aveva ingoiato l'editto, doveva portarlo nel palazzo.
L'imperatore chiese al rospo se avesse i mezzi e la capacità per sconfiggere il nemico. Il rospo rispose:
«Sì, mio signore».
Allora l'imperatore gli chiese di quanti uomini e cavalli avesse bisogno.
«Non un solo uomo né un solo cavallo», rispose il rospo. «Tutto ciò che mi occorre è un mucchio di braci calde e incandescenti».
L'imperatore diede subito ordine che fosse portato un mucchio di braci calde e incandescenti, e così fu fatto. Il calore era intenso. Il rospo sedette davanti al fuoco divorando le fiamme un boccone alla volta per tre giorni e tre notti. Mangiò fino a quando il suo ventre fu così grande e rotondo da somigliare a una vescica piena di grasso. Ormai la città era in grave pericolo, perché il nemico era già arrivato alle mura. L'imperatore era terribilmente in pena, ma il rospo si comportava come se non stesse accadendo niente di insolito e continuava tranquillamente a inghiottire fuoco e fiamme. Solo dopo che fu trascorso il terzo giorno, si recò in cima alle mura della città e osservò la situazione. Qui, tutto intorno alla città, c'erano migliaia di soldati a piedi e a cavallo fin dove l'occhio riusciva ad arrivare.
«Allora, rospo, come pensi di allontanare il nemico?», chiese l'imperatore.
«Ordina alle tue truppe di smettere di tirare frecce», rispose il rospo, «e fai aprire il cancello della città».
L'imperatore impallidì per la paura udendo queste parole.
«Come! Con il nemico a un passo da noi, tu mi dici di far aprire il cancello! Come osi prenderti gioco di me?»
«Vostra altezza imperiale mi ha ordinato di allontanare il nemico», replicò il rospo. «E per farlo, bisogna che diate ascolto alle mie parole».
L'imperatore non poté fare altro. Ordinò ai soldati di smettere di tirare frecce e di abbassare gli archi e fece aprire il cancello.
Non appena il cancello fu aperto, gli invasori si riversarono attraverso di esso. Il rospo, che si trovava al di sopra di loro nella torre del cancello mentre lo stavano attraversando, con la massima calma sputò fuoco giù verso di loro, incenerendo innumerevoli uomini e cavalli. I nemici si diedero a una fuga disordinata.
L'imperatore era fuori di sé dalla gioia vedendo che il nemico era sconfitto. Nominò il rospo generale e ordinò che la vittoria fosse celebrata per molti giorni. Ma non disse nulla della principessa, poiché non aveva la minima intenzione di dare sua figlia in sposa a un rospo.
“Non posso certo fare una cosa simile!”, ripeteva tra sé. Fece sapere che era stata la principessa a rifiutare. Doveva farle sposare qualcuno, ma chi? Non sapeva che fare. Chiunque altro piuttosto che un rospo! Infine ordinò che il matrimonio sarebbe stato deciso con il lancio della Palla Ricamata.
Il lancio della Palla Ricamata! La notizia si diffuse immediatamente per tutto il paese e in capo a pochi giorni la città era in agitazione. Erano venuti uomini da vicino e da lontano per tentare la sorte, e tutti i generi di persone si affollavano nella capitale. Venne il giorno. Anche il rospo era presente, ma non si fece largo tra la calca, rimase al bordo della piazza affollata.
Era stato eretto un padiglione molto alto con ricchi e allegri addobbi. L'imperatore accompagnò la principessa e il suo seguito di dame ai loro seggi sulla parte più alta del palco.
Il momento giunse. La principessa lanciò in aria la palla ricamata che scese dolcemente verso il basso. La folla nella piazza ondeggiò ed emise un boato come un mare in burrasca. Tutte le mani insieme si stesero cercando di afferrare la palla. Il rospo inspirò profondamente e, come un vortice, risucchio la palla direttamente verso di lui.
Ormai era sicuro: la principessa avrebbe sposato il rospo! Ma l'imperatore ancora non voleva che ciò avvenisse.
«Una Palla Ricamata lanciata da una principessa», dichiarò, «può essere afferrata solo da una mano umana. Nessun animale può farlo».
Disse alla principessa di lanciare una seconda palla.
Questa volta fu un giovane forte e bello ad afferrarla.
«Ecco l'uomo!», esclamò felice l'imperatore. «Questi è colui che diventerà il mio imperiale genero».
Fu organizzata una sontuosa festa per celebrare l'avvenimento.
Ma riuscite a indovinare chi era il giovane forte e bello? Naturalmente! Era il rospo che ora aveva l'aspetto di un uomo e non si ritrasformò in rospo prima di avere sposato la principessa. Di giorno era un rospo, ma di notte si toglieva di dosso la pelle verde e si trasformava in un giovane bello e prestante.
La principessa non riuscì a tenere il segreto e un giorno lo rivelò all'imperatore suo padre. Questi ne fu sorpreso, ma contento e disse al genero: «Di notte ti liberi del tuo rivestimento esterno e diventi un giovane di bell'aspetto. Perché durante il giorno indossi questa orribile pelle da rospo?»
«Mio signore», rispose il rospo, «questo rivestimento esterno è preziosissimo. Se lo indosso d'inverno, sto caldo e comodo, e d'estate mi rinfresca e mi ripara dal caldo. È impenetrabile dal vento e dalla pioggia. Nemmeno la fiamma più ardente lo può incendiare. E per tutto il tempo in cui lo indosso, fossero pure migliaia di anni, non morirò».
«Fammelo provare!», ordinò l'imperatore.
«Ai vostri ordini, mio signore», rispose il rospo e si affrettò a togliersi la pelle.
L'imperatore sorrise contento. Si tolse gli abiti ricamati e indossò la pelle del rospo... ma non riuscì più a toglierla!
Il rospo indossò gli abiti imperiali e diventò imperatore. Il suocero invece rimase un rospo per sempre.
FINE

domenica 12 aprile 2009

Buona Pasqua

Una felice Pasqua a tutti dal mondo delle fiabe e delle leggende


mercoledì 1 aprile 2009

Pesce d'Aprile

domenica 15 marzo 2009

LA GROTTA DELL'EREMITA



tratta da una Leggenda giapponese

Molti anni or sono vivevano nel villaggio di Nomugi, nella provincia di Hida, un vecchio agricoltore di nome Jinnai e la moglie.
Avevano una figlia che adoravano di nome O Yuka . Disgraziatamente all'età di 7 anni la piccola
O Yuka le capitò qualcosa alla gamba che andò sempre peggiorando fino a quando l’arto si deformò.
O Yuka non provava dolore, ma i genitori erano molto preoccupati i dottori, le medicine e i consigli di molti amici non giovarono alla gamba della piccola.
“Quanto sarà dura per lei in futuro”, pensavano la mamma e il papà. “Già ora per lei è difficile avere una gamba deforme quando gioca con gli altri bambini”.
Non essendoci modo di aiutarla, O Yuka e i genitori erano costretti a fare del loro meglio. In ogni caso O Yuka non era l’unica persona che si stava ammalando nel villaggio, si erano verificati altri casi. Uno dei compagni di gioco di O Yuka, Tarako, era nato cieco e un altro, Rinkichi, era così sordo che poteva tenere l’orecchio attaccato alla campana del tempio mentre gli altri bambini la facevano suonare e non udiva il suono malgrado sentisse la vibrazione.
I genitori della bambina con il passare del tempo cominciarono a rassegnarsi, tanto più che la bambina giocava spensierata e sembrava perfettamente felice.
Il villaggio di Nomugi si trovava ai piedi della grande montagna Norikuradake, alta più di 3000 metri, in un territorio selvaggio di origine vulcanica.
Ogni giorno molti bambini di Nomugi avevano l’abitudine di andare a giocare sugli argini erbosi di una diga all’estremità del villaggio. Gettavano sassi nell’acqua, pescavano, andavano in barca e raccoglievano fiori e si fermavano lì dalla mattina alla sera portandosi del riso da mangiare.
Un giorno, mentre giocavano furono sorpresi da un vecchio con una lunga barba bianca che si avvicinò a loro. Proveniva dalla direzione della montagna. Tutti smisero di giocare per guardarlo. Il vecchio arrivò in mezzo a loro e, dando loro dei buffetti sulla testa, diventò presto loro amico. Saputo della gamba malata di O Yuka, chiese alla piccola come mai i suoi genitori non avevano provato a curarla.
La piccola O Yuka rispose che lo avevano fatto, ma non erano riusciti a ottenere nulla. Il vecchio la fece sdraiare sull’erba e cominciò a manipolare la gamba, tirandola da una parte e dall’altra e a frizionarla con una medicina rossa che aveva estratto da un astuccio. Poi il vecchio lavorò su Tarako, il ragazzo cieco, e su Rinkichi, quello sordo.
«E ora, bambini», disse, «voi tutti amate i vostri papa e le vostre mamme, e per loro sarà una grande gioia vedere che siete guariti dai vostri mali. Adesso non state ancora bene, ma se farete quello che vi dico, sarete guariti in tre o quattro giorni, non di più. Non dovete dire a nessuno che mi avete visto fino a quando vi dirò io che potete farlo, dopo che sarete guariti. Domani verrete a trovarmi alla roccia piatta sotto la caverna sul monte Norikuradake. Conoscete il posto. Bene, arrivederci a domani e se vedrò che avete fatto come vi ho detto, vi farò divertire mostrandovi alcuni strani trucchi».
Poi si avviò lentamente nella direzione da cui era arrivato.
I bambini continuarono a giocare pensando: “Che vecchio simpatico!” E, strano a dirsi, O Yuka, camminando verso casa, sentiva che la gamba funzionava meglio.
Ai bambini giapponesi si presta pochissima attenzione. Sono quasi sempre buoni e beneducati, dei veri piccoli adulti, e così mangiarono la loro cena e andarono a dormire senza raccontare nulla dei divertimenti della giornata o dello strano vecchio.
Il giorno dopo si recarono alla roccia piatta. Dato che il tempo era piovoso, si erano avviati tardi. ma trovarono lo stesso il vecchio che, pur non avendo tempo di giocare con loro e di mostrare i trucchi che aveva promesso, si occupò comunque della gamba di Yuka e del ragazzo sordo e di quello cieco.
«Adesso andate a casa», disse, «e tornate qui domani. Intanto che arriverete a casa, la gamba di Yuka sarà guarita, Tarako potrà vedere e Rinkichi potrà sentire, e sono sicuro che i vostri genitori saranno felici. Domani, se fa bel tempo, venite più presto, e vi divertirete moltissimo».
Ancora prima che arrivassero a casa, tutto quello che aveva detto il vecchio si avverò. I tre bambini erano guariti. La gente del villaggio e i genitori furono tutti felici, ma restava un mistero come il vecchio ci fosse riuscito.
«Se fa ritorno alle montagne come dicono i bambini, deve vivere nella caverna», disse uno. «Deve essere un Sennin», disse un altro. «Si racconta che il più famoso dei sacerdoti, Kukai-Shonin, che fondò il sacro tempio sul monte Koyasan, nella provincia di Kii, era capace di praticare ai bambini queste cure miracolose», aggiunse un altro.
Ma nonostante tutte le chiacchiere e le supposizioni, nessuno fu capace di spiegare come fosse possibile dare la vista a un ragazzo che era nato cieco. Alla fine uno suggerì che il giorno dopo due o tre seguissero segretamente i bambini: stando nascosti avrebbero potuto vedere cosa succedeva. Questo piano fu considerato ottimo e accettato.
Il mattino dopo una trentina di bambini si misero in cammino alle prime luci dell’alba, seguiti senza che lo sapessero da due uomini del villaggio.
Quando i bambini arrivarono alla roccia piatta trovarono il vecchio seduto a una delle estremità. I due uomini che li avevano seguiti si nascosero dietro alcuni bei cespugli di azalea.
Non appena il vecchio vide i bambini, si alzò in piedi, quindi si avvicinò e chiese ai tre che aveva curato come si sentivano e se i genitori erano stati contenti. Tarako era forse il più felice dei tre, perché prima di allora non aveva mai visto il mondo e nemmeno i suoi genitori.
«E adesso, bambini, voi siete venuti qui a trovarmi, e io vi farò divertire!»
Così dicendo il vecchio prese dei rametti secchi e, soffiando alle loro estremità, li fece diventare rami di ciliegio fioriti, fiori di pruno e di pesco, e offrì un ramo a ciascuna ragazza. Poi prese una pietra, la lanciò in aria e... hop! la pietra si trasformò in una colomba. Un’altra diventò un falco o qualunque altro uccello di cui un ragazzo pronunciasse il nome.
«E ora», disse il vecchio, «vi mostrerò degli animali che vi faranno ridere».
Pronunciò alcune formule magiche e delle scimmie saltarono sulla roccia piatta e cominciarono a lottare tra loro. I bambini applaudirono deliziati. Ma uno dei due uomini esclamò meravigliato:
«Chi sarà mai questo mago? Solo un mago può fare certe cose!»
Il venerabile vecchio lo udì e, guardandosi prudentemente intorno, disse:
«Bambini, per oggi non posso più eseguire dei trucchi. La mia magia se n’è andata. Torno a casa, ed è meglio che voi torniate a casa vostra. Addio».
Così dicendo, il vecchio s’inchinò davanti a loro e prese la via della montagna dirigendosi verso la caverna.
I due uomini uscirono dal nascondiglio e, insieme ai bambini, cercarono di seguirlo. Malgrado l’età avanzata il vecchio era più agile di loro sulle rocce, ma tuttavia arrivarono abbastanza avanti per vederlo entrare nella caverna. Pochi minuti dopo la raggiunsero e si piegarono per guardare. L’entrata era circondata da fiori profumati, ma non ebbero il coraggio di avventurarsi in quelle oscure profondità.
Improvvisamente O Yuka indicò verso l’alto gridando:
«C’è il vecchio!»
Tutti guardarono in su: in piedi su una nuvola c’era il vecchio, proprio sopra la cima della montagna.
«Adesso è tutto chiaro!» esclamò uno degli uomini, «È il famoso eremita del monte Norikuradake».
S’inchinarono profondamente e tornarono a casa per riferire alla gente del villaggio ciò che avevano visto.
Raccolsero dei soldi tra la popolazione e costruirono un piccolo tempio all’interno della caverna che chiamarono “Tempio Sendokutsu”, che significa “Il tempio del Sennin”.


Fine....

martedì 10 marzo 2009

Cuccioli

venerdì 27 febbraio 2009

FantasyLife Dragon Story

domenica 22 febbraio 2009

Perchè cani e gatti sono nemici



Tratto da una vecchia leggenda:

Moltissimo tempo fa cani e gatti vivevano insieme in perfetta amicizia.
Un giorno sia i cani che i gatti furono chiamati a presentarsi davanti alla divinità del loro villaggio.
La divinità si rivolse a loro dicendo:
“Vedete quella piccola isola laggiù nel mare, è molto speciale, è vi sepolto un tesoro. Prometto a chi di voi mi porterà il tesoro sull'isola avrà una vita fra gli agi e ricchezze”.
Sia il cane e il gatto avevano ascoltato con attenzione le parole della divinità e si avviarono veloci verso l’isola.
Quella impresa risultò a già subito difficile per il gatto, poiché come tutti sanno, i gatti non amano molto l'elemento “liquido” e non sanno neanche nuotare a differenza del cane che si trovava molto a suo agio in acqua , infatti riuscì ad attraversare il mare che lo separava dall’isola del tesoro velocemente, presto trovò il tesoro e subito fece ritorno al suo villaggio.
Poiché era un cane di piccola taglia e la distanza da percorrere a nuoto era lunga.,quando arrivò sulla spiaggia del suo paese natale, il cane, era così stremato che decise di sdraiarsi sulla morbida sabbia corallina e di farsi un sonnellino.
Intanto il gatto non sapendo nuotare, si era nascosto e aveva visto tutto quello che aveva fatto il cane.
Si avvicinò silenziosamente sulle zampe felpate appena il cane si addormentò e pian piano gli sfilò il tesoro da sotto il corpo, poi.
corse subito dalla divinità e gli consegnò il il tesoro che aveva appena rubato.
La divinità non ebbe il minimo sospetto sul modo in cui il gatto avesse ottenuto il tesoro e facendogli i complimenti per l'impresa lo lodò dicendogli:
«Ottimo lavoro, gattino! Ti sei meritato la ricompensa che ho promesso. D’ora in poi vivrai tra le comodità insieme agli uomini nelle loro case e dormirai su morbide stuoie!»
La divinità aveva appena finito di parlare, quando comparve il cane che oramai non aveva più un tesoro da portargli, e guardandolo la divinità, credendo che fosse stato indolente, disse al cane :
“Tu, cane, d’ora in avanti vivrai all’aperto, in preda agli elementi e ti nutrirai di immondizie!.
Ed è per questo che i gatti vivono comodamente insieme agli uomini, mentre i cani devono stare fuori casa e sopportare il vento e le intemperie.
A partire da quell’antico episodio i cani e i gatti sono diventati nemici e non si sopportano più.


Fine....